Lo sport non può diventare stress, ansia e frustrazione

di Silvia Rossetti

Pare che l’adolescenza sia una grande prova anche sul versante dello sport. Accade spesso, infatti, che il percorso di anni, spesso sfociato nell’agonismo, si arresti fra i quattordici e i diciassette anni di età. Il Coni riferisce che il punto di massima pratica sportiva si registra tra gli 11 e i 14 anni.

Subito dopo inizia il calo: in particolare tra gli adolescenti la pratica sportiva subisce un decremento di oltre il 10%.

Le motivazioni del drop-out sono molteplici. Da un lato il crescente impegno sul fronte dello studio può diventare inconciliabile con i ritmi sostenuti dello sport e dall’altro, a questa età, può venire meno la motivazione che spinge alla pratica sportiva.

La motivazione può essere minata da ragioni esistenziali, legate alla crescita. La crisi personale che emerge nell’adolescenza e il forte richiamo verso la socialità e i coetanei confliggono con i tempi dello sport.

In un certo senso, i ragazzi abbandonano lo sport quando mutano i loro bisogni e quindi l’attività agonistica diventa più che altro fattore di stress, ansia e frustrazione.

A contribuire al fenomeno del drop-out, parzialmente, torna pure il risvolto negativo della eccessiva esposizione alla Rete. In adolescenza aumenta in maniera esponenziale il tempo trascorso online. La generazione 2.0 coltiva le relazioni sociali anche attraverso gli smartphone, ama i videogiochi e i contest in rete. Attività che, poiché passive dal punto di vista fisico, portano i giovani a “divanizzarsi”. E qui ritorna azzeccata l’immagine usata da Michele Serra nel suo libro dedicato ai teen-ager, intitolato “Gli sdraiati”.

Fermo restando che l’esperienza sociale e l’intensificazione delle relazioni fra i pari sono una svolta fondamentale nella crescita dei futuri adulti, è importante anche non gettare alle ortiche il percorso di anni e rammentare il ruolo positivo dell’attività sportiva per il completo e armonico sviluppo dell’individuo.

Come fare, dunque, per prevenire il drop-out nello sport in adolescenza?

Intanto occorre, e questo anche prima dell’adolescenza, saper distinguere fra le motivazioni del giovane e quelle dei propri genitori: spesso gli sport sono “imposti” e non realmente scelti dai ragazzi.

Bisognerebbe, inoltre, inculcare una visione dello sport intesa come realizzazione dell’individuo, al di là del risultato. Meno competizione e più formazione in una cultura sportiva più attenta all’essere umano e alle sue fragilità.

Anche le eccessive aspettative non aiutano nello sport. E qui il ruolo dell’allenatore diventa fondamentale. Il percorso da fare nello sport è su se stessi e non deve essere parametrato sugli altri. I piccoli successi possono essere fondamentali, se opportunamente valorizzati. Lo sport non deve mai smettere di essere soprattutto “educazione” e cristallizzarsi negativamente nella “vittoria a tutti i costi”.

Negli sport di gruppo, inoltre, fondamentale è la cura delle relazioni interpersonali, tese alla condivisione emotiva e degli obiettivi.

Mai dimenticare, poi, che l’acquisizione della fiducia in se stessi è la vera chiave della motivazione.

Altro aspetto fondamentale è la valorizzazione della sconfitta, da leggere come momento di crescita e di confronto con i propri limiti. Essa non deve essere stigmatizzata e denigrata.

Lo sport deve spronare a dare sempre il meglio di sé e in questo l’avversario è una risorsa, non un nemico. È un alter ego in un confronto in cui l’obiettivo autentico è la scoperta di se stessi e del proprio valore, anche nella caduta.

Quando le cose funzionano, i giovani non abbandonano, ma crescono in armonia giovandosi di tutte le esperienze che la vita offre loro.

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