Quale di queste due Europe auspichiamo per il futuro?

di Giovanni Ditta

Con le elezioni di maggio ormai alle viste per il rinnovo del Parlamento Europeo, si avverte, sempre più percepibile, sentore di fronda. La folta schiera degli euroscettici, agita proclami e programmi che, se non dichiaratamente bellicosi, ne mostrano tutto il carattere.

Alla leadership uscente si muovono critiche a tutto campo: dalla lacunosa gestione dei flussi migratori, alla mancata realizzazione di una vera politica unitaria, non solo monetaria, dal patto di stabilità, all’eccessivo, predominante spazio concesso ai poteri forti, alla prevalenza dei burocrati. Accuse e litigi tra le alte cariche dell’Unione e i governanti nazionali si susseguono, oltrepassando, non di rado, i limiti del buon gusto e del compassato linguaggio diplomatico. Malumori e propositi di rivalsa, riverberati dai “media”, fanno la spola tra Strasburgo, e l’Eliseo, il Bundestag, Montecitorio, il numero 10 di Downing Street, Christiansborg e tutte le altre sedi del Vecchio Continente.

Eppure, settant’anni fa, quando l’idea della sua costituzione germogliò nella mente illuminata dei primi sostenitori, la prospettiva di un’Europa unita e coesa era stata salutata da consensi unanimi ed entusiasti.

Al termine della seconda, devastante guerra, quando le atroci piaghe erano ancora aperte e sanguinanti, qualcuno aveva già pensato a un rimedio originale, innovativo, capace di por fine a secoli di violenze, massacri, ingiustizie, sofferenze, persecuzioni.

Winston Churchill, tra i protagonisti della conferenza di Postdam, in un suo intervento all’Università di Zurigo, nel 1946, aveva auspicato la costituzione degli Stati Uniti d’Europa e, due anni dopo al congresso dell’Aia, si era formalmente accennato, ai benefici conseguibili con una confederazione tra i Paesi continentali.

Il primo indizio concreto arrivò nel 1952, quando sorse la CECA, Comunità europea del carbone e dell’acciaio, un accordo integrativo che instaurava un mercato comune relativo a questi due pilastri della ripresa economica dell’epoca, con l’abolizione dei dazi e la certezza degli approvvigionamenti.

Entro la conclusione del decennio (1957) fu istituita, mediante la firma del Trattato di Roma, la Cee, Comunità Economica Europea, che sanciva l’abolizione delle barriere doganali sulle merci in transito tra le nazioni contraenti.

Parallelamente sorse l’Euratom, strumento comunitario relativo allo sviluppo dell’energia atomica, che per la sua novità, era percepito come innovazione risolutiva.

Meno di dieci anni dopo, tutte e tre le convenzioni comunitarie confluirono sotto un’unica guida ed ai sei paesi fondatori; Francia, Germania, Italia, Olanda, Belgio e Lussemburgo, si aggiunsero, la Danimarca, l’Irlanda e la Gran Bretagna. L’accordo di Schengen, entrato in vigore nel 1990, introdusse la libera circolazione dei cittadini per mezzo della quale era consentito viaggiare da Roma a Parigi, da Berlino a Madrid, senza più l’obbligo di esibire il passaporto.

L’ultima adesione, quella della Croazia del 2013, completò l’attuale assetto di 28 Stati membri, con una popolazione di mezzo miliardo di individui,.cui per la prima volta nella storia vennero garantiti i due preziosissimi beni più ambiti dagli uomini: la pace e la libertà.

Certo un organismo così complesso, obbligato a far rispettare norme e regolamenti a realtà nazionali molto distanti per storia, cultura, tradizioni e ataviche rivalità, non può non commettere errori o creare discriminanti , tali da cozzare contro i particolari interessi nazionali. Così, poco per volta, spesso con il contributo di partigianerie estremiste, si arriva alla situazione odierna, caratterizzata da fratture e controversie e accompagnata da fenomenologie scissioniste, prima tra tutte, la tormentata Brexit.

Se si volge indietro lo sguardo sugli ultimi cento anni, con l’intento di trarre osservazioni serie ed obiettive, emerge, incontestabile, il contrasto tra due realtà europee.

Quella attuale, dove un giovane italiano può decidere di trasferirsi ad Amsterdam per lavorare o studiare musica, e quella degli anni trenta, quando un ragazzo, sotto l’incalzare delle leggi razziali, era costretto ad abbandonare la scuola perché ebreo.

Ridotta ad una sintesi stringata ed essenziale, è questa la scelta che gli odierni cittadini europei sono chiamati ad operare.

Quale delle due Europe auspichiamo per il futuro delle generazioni a venire?

Un governo e un ‘amministrazione centrale gestiti da un’assemblea parlamentare europea, desiderosa di rimediare e migliorare quanto fino ad oggi realizzato, o una rinnovata diaspora nazionalistica che invariabilmente conduce alle divisioni ai personalismi, agli egoismi, all’odio?

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