Il trattato franco-tedesco sarà una grande spinta per l’Europa?

di Thomas Jansen

Il trattato franco-tedesco firmato nel gennaio 1963 dal presidente francese de Gaulle e dal cancelliere tedesco Adenauer, aveva suscitato molte critiche da parte dei vicini europei. Anche i leader delle istituzioni europee avevano espresso il loro disappunto. Addirittura nel Bundestag c’erano state voci critiche, non solo tra le fila dell’opposizione, ma anche tra i partiti di governo. Si temeva che questo approccio bilaterale di due Stati membri avrebbe rappresentato un ostacolo per lo sviluppo della Comunità e di conseguenza avrebbe generato esiti negativi sul processo di unificazione.

Quando il presidente francese Emmanuel Macron e la cancelliera tedesca Angela Merkel hanno firmato il nuovo accordo franco-tedesco ad Aquisgrana il 22 gennaio di quest’anno, è stato tutto molto diverso. Sia il presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk, sia il presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, ma anche il presidente di turno dell’Unione europea, il rumeno Klaus Johannis, erano presenti per dare a questa iniziativa bilaterale la propria benedizione multilaterale. Molto più chiaramente rispetto al trattato del 1963, il nuovo si pone al servizio della causa comune europea.

Il Trattato di Aquisgrana del 2019 non è una nuova edizione di quello dell’Eliseo del 1963.

Ne rappresenta piuttosto una continuazione, un capitolo successivo, un’evoluzione. La coppia franco-tedesca vuole così rispondere alle nuove sfide che l’Unione europea deve affrontare oggi e a quelle con cui si vede confrontata nel suo futuro.

Nonostante il suo rapido sviluppo - e certamente a causa di questo sviluppo e della molteplicità di eventi drastici nel processo di integrazione -, l’Unione europea con i suoi 28 Stati membri si trova oggi in difficoltà: le riforme che sarebbero urgentemente necessarie non avanzano; le nuove sfide dal contesto internazionale segnalano minacce rispetto a cui gli europei stanno ancora cercando risposte; per la prima volta un membro vuole lasciare l’Unione; tra i vecchi e i nuovi membri dell’Europa centro-orientale sta emergendo una spaccatura culturale, che mina la capacità di agire insieme, in solidarietà; infine, nella maggior parte degli Stati membri si è diffuso un nuovo nazionalismo populista, che ha portato a una pericolosa insicurezza dei loro sistemi politici, attraverso cui viene messo in discussione anche il lavoro comunitario.

Sullo sfondo di queste minacce e incertezze, il processo di unificazione ha bisogno di una potente spinta che, data la situazione, solo la coppia franco-tedesca è in grado di dare.

La critica all’iniziativa questa volta trova sostegni diversi rispetto a quelli che avevano alimentato le critiche al trattato passato: ora ai protagonisti viene rimproverato il fatto che, in considerazione della diversità, della natura e della dimensione delle minacce, essi avrebbero dovuto mostrarsi più forti e avrebbero dovuto proporre una strategia che fosse coerente e consona rispetto al loro ruolo di leadership. Forse è vero, ma i responsabili in Francia e in Germania, Emmanuel Macron e Angela Merkel, sono essi stessi sotto la pressione di circostanze critiche che permettono loro una limitata libertà d’azione.

Il trattato non mira ad avere effetti diretti, ma piuttosto esprime una vitalità e una dinamicizzazione sostenibile e nel medio periodo del processo di unificazione e lo sviluppo di approcci e risultati già esistenti. Il dettagliato preambolo introduttivo descrive gli ambiti in cui esiste consenso come frutto della cooperazione e dell’integrazione avvenute fin qui. Questo consenso viene così sancito.

A partire da questa base si tratta ora, ad esempio, di completare il mercato unico e di consolidare l’Unione economica e monetaria; ma si tratta anche di creare le basi per l’emancipazione dell’Unione europea nel campo della politica estera e di sicurezza e per una più stretta cooperazione in materia di politica di difesa, vale a dire di dotare l’Europa della capacità di agire in modo indipendente.

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