Cari maschietti, siamo tutti casalinghe: la colpa è della Rete

di Caterina Belloni

Da qualche giorno siamo tutti “casalinghe”. Manager, professionisti affermati, ragazzini con gli auricolari addosso, nonne e nipotine. Colpa di Marie Kondo, la donna giapponese che ha inventato un metodo per eliminare il superfluo, tenere in ordine la casa e vivere felici. La sua rivoluzione, nel segno del decluttering, ovvero dello sgombero, è cominciata in realtà un paio di anni fa con un libro campione di vendite, ma è diventata dilagante da qualche tempo per merito di Netflix. Il colosso dei programmi on demand ha lanciato in contemporanea in diversi paesi un reality televisivo dedicato a Marie Kondo, che sta cambiando le abitudini della gente. O almeno così pare, se si considerano alcune segnalazioni arrivate dai charity shop britannici, ovvero i negozi gestiti da associazioni di volontariato, che vendono abiti e oggetti di seconda mano per raccogliere fondi per le loro iniziative. Da quando la serie sulle pulizie alla Marie Kondo è on line, il numero delle persone che raggiungono i negozi donando capi di abbigliamo e oggetti casalinghi, si è moltiplicato. Arrivano a tutte le ore, scaricano sacchi traboccanti di capi d’abbigliamento e accessori di pregio, spiegano ai commessi che sono stati ispirati dal metodo KonMari (così si chiama la filosofia di questa signora). Un risultato che vale doppio, perché le case sono più organizzate e si ottengono anche fondi per azioni benefici.

A pensarci bene, però, la guru nipponica non ha lanciato nulla di così innovativo. In Italia, dove il cambio degli armadi legato all’arrivo della nuova stagione è ancora un’abitudine diffusa, questo famoso decluttering si è sempre fatto. Ogni mamma in primavera e autunno prendeva i vestiti vecchi e li controllava, gettava (o portava in parrocchia o passava ad conoscenti e parenti) quelli che non le piacevano più o erano stretti e rimetteva in ordine l’armadio con ciò che era rimasto.

Una pratica del tutto simile a quella di Marie Kondo, se non fosse per due elementi. Anzitutto questa giovane donna, dall’aria dolce e pacifica, invita a selezionare oggetti e abiti sulla base del fatto che ci diano ancora gioia, lasciando da parte quelli che non ci riescono più. Ai quali, peraltro, vanno rivolti ringraziamenti e piccoli gesti d’affetto. Nel metodo Konmari i sentimenti hanno un posto ben preciso. Le cose vanno ringraziate, meritano un congedo approfondito e se hanno un valore affettivo richiedono un’attenzione particolare: comportamenti che le mamme di un tempo certo non tenevano durante la loro riorganizzazione degli armadi. Il secondo elemento è un sistema di piegatura dei capi, che consente di trovarli più rapidamente nei cassetti e di avere una visione completa del proprio guardaroba. Il sogno di tutti, certo, che svanisce di fronte alla realtà. Perché piegati secondo lo stile Konmari maglie e maglioni rischiano di stropicciarsi, apparendo stazzonati e ineleganti una volta indossati. Una cosa decisamente inaccettabile per noi italiani! Pieghe a parte, però, la vera riflessione da fare a margine di questo programma è che ormai ci si fa davvero influenzare troppo da quello che si trova online.

A giudicare dalle donazioni ottenute dai negozi britannici, sembra sia sufficiente guardare qualche puntata del format che ha la giovane giapponese come protagonista per svuotare gli armadi, ridursi al minimalismo, baciare e lodare giacche e felpe e… dimenticare che la moda “gira” e quindi certi capi basic potrebbero rivelarsi utili nel giro di un paio d’anni. Segno che ciò che vediamo on line modella ormai le nostre azioni in modo quasi automatico e non sempre questo è positivo. Specialmente se si considerano i messaggi di violenza, divisione e rabbia che popolano il web e potrebbero spingerci a diventare arrabbiati e aggressivi. Certo non nei confronti del vestito indossato al primo appuntamento con l’amore della nostra vita. Quello, in ossequio alla piccola Marie, riceverà comunque baci, sorrisi e segni di gratitudine eterna.

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