Cento anni fa il celebre “Appello ai liberi e forti”

di Paolo Bustaffa

La memoria accompagna la coscienza nella lettura della cronaca, nel racconto della vita e nel pensiero delle persone e dei popoli. La memoria aiuta a compiere quell’essenziale esercizio di discernimento che mette al riparo da giudizi affrettati nel prendere la parola su fatti, problemi e parole.

Non è dunque strano che riflettendo sulle vicende politiche nazionali, europee e mondiali di questo tempo venga alla mente l’“Appello ai liberi e forti” del 18 gennaio 1919, un appello che richiama in particolare il nome di don Luigi Sturzo, segretario del Partito Popolare Italiano.

Sono trascorsi cento anni e in un pur mutato scenario sociale e politico quel testo è rivestito di un’attualità che inquieta la coscienza, che esige una risposta severa verso chi vorrebbe affievolire il respiro di umanità che garantisce dignità a un popolo. Un respiro irrinunciabile nel tempo dell’incertezza e della paura, nel tempo dell’incapacità di cogliere i segni dei tempi anche nei volti di quanti cercano un futuro senza guerra, fame, miseria.

Sono trascorsi cento anni: i contenuti dell’appello sono riferiti a un preciso contesto storico ma lo spessore educativo e morale di quelle parole, a partire dal titolo “liberi e forti” irrompe nello scenario di oggi. Questa forza va oltre il tempo e non consente di mettere in archivio un pensiero e un progetto.

Quell’appello, di oltre 40 anni precedente il Concilio, chiede ancora al cittadino e al cristiano di interrogarsi sulla coscienza, sulla libertà religiosa, sulla legittima autonomia - che non è separatezza - delle realtà temporali e, quindi, sulla laicità.

L’appello chiedeva, alla fine di un conflitto mondiale, di guardare più in alto e più lontano e questa domanda è anche per l’oggi. Quelle parole non chiedono di essere ricopiate ma di essere riscritte nella complessità di questo tempo e in coerenza con i valori, i principi, gli ideali sui quali si reggono gli esseri umani. Si regge l’essere liberi e forti.

Il riferimento primo di quel testo è la coscienza il cui significato nel pensiero dei firmatari anticipava quello del Concilio Vaticano II. In questo contesto di riflessioni e di insegnamenti si sono poste in questi giorni sulle vicende migratorie le parole di esponenti della Chiesa italiana e dello stesso papa Francesco. Le frantumazioni e le interpretazioni strumentali che ne sono spesso derivate, non solo da parte dei media, confermano l’importanza e l’urgenza di rilanciare un appello e indicare un percorso perché in Italia e in Europa, senza le rughe della nostalgia, tornino i volti di donne e uomini liberi e forti.

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