La discoteca di Edimburgo, dove si balla con le cuffie

di Caterina Belloni

Per sopravvivere ogni società civile ha bisogno di un collante, ovvero un ingrediente speciale, capace di amalgamare individui diversi e farli sottostare alle stesse regole e partecipare degli stessi progetti. Qualcuno identifica questo fattore come lo spirito democratico, altri lo chiamano disponibilità alla condivisione. A mio parere si tratta dell’empatia, che porta a comprendere gli altri: con i loro bisogni, le manie, gli atteggiamenti fastidiosi. L’empatia, in fondo, genera una certa capacità di sopportazione, che consente di spostarsi dalla propria posizione e di tenere conto anche di quella altrui, sopportando a volte atteggiamenti poco piacevoli. Fa un po’ parte dell’esperienza comune: si accetta il vicino rumoroso, sapendo che probabilmente non se la prenderà se noi saremo molto mattinieri quando invece lui ama dormire.

Una volta, almeno, funzionava così e in fondo c’era la garanzia che gli equilibri si mantenessero. Una prospettiva che sta diventando sempre più rara, come dimostra l’incremento delle lite tra condomini e la violenza pronta ad esplodere tra gli automobilisti fermi nel traffico dell’ora di punto.

A confermare che lo spirito di comunità si sta dissolvendo contribuisce anche anche un episodio avvenuto nei giorni scorsi in Scozia, a Edimburgo, città meravigliosa e piena di fermenti culturali e teatrali. Non a caso è qui che da qualche mese va per la maggiore la novità della discoteca silenziosa, ovvero del ritrovo di decine e decine di persone, che danzano e ballano insieme seguendo il ritmo di musica diffusa dentro cuffie e auricolari.

In questo modo vivono un’esperienza catartica di gruppo, ma non minacciano l’udito altrui e non sono molesti. Un’idea fantastica, rispettosa del prossimo, verrebbe da pensare. E invece no. Perché il consiglio comunale di Edimburgo è stato invitato a valutare la possibilità di vietare questo tipo di eventi. Il problema, ovviamente, non è il volume della musica, che non si sente senza le cuffie. Si tratta piuttosto di una questione di atteggiamenti. Perché il successo di questa discoteca silenziosa ha moltiplicato le presenze e attirato in città gruppi di giovani uomini e donne, che si ritrovano per l’ultima festa da non sposati prima delle nozze. Addii al celibato e al nubilato ormai si fanno con le cuffie sulle orecchie, ma spesso l’entusiasmo (e anche il tasso alcolico) dei partecipanti risultano tali, che l’evento può essere considerato fastidioso.

Contro questi rumori molesti, infatti, si sono levati i mugugni di tanti cittadini, che hanno ottenuto ascolto dal comune. La discoteca silenziosa appare come un pericolo, per il numero di visitatori che attrae, per il fatto che sono felicemente rumorosi e perché i partecipanti agli addii alla vita da single spesso fanno commenti ad alta voce, ridono e si lasciano andare. Tutte ragioni che hanno spinto a riflettere sulla possibilità di vietare questa nuova moda.

Il consiglio comunale valuterà la cosa nei prossimi giorni. Intanto gli appassionati delle discoteche silenziose, che sono giovanissimi ma non solo, stanno continuando nelle loro attività, Convinti che il buonsenso finirà per trionfare.

L’ultima parola, però, spetta agli amministratori comunali, che dovranno decidere se far diventare Edimburgo la prima città del Regno a mettere un bavaglio alle discoteche silenziose, come è già avvenuto in Svizzera, precisamente a Losanna. L’annuncio del verdetto è atteso per la fine dell’anno, ma molti stanno facendo campagna per non bloccare questa nuova moda. Anche perché se la sopportazione dei cittadini si è ridotta al punto da considerare rumorose le discoteche silenziose c’è davvero da preoccuparsi.

Il caso su cui si arrovellano i consiglieri di Edimburgo assomiglia a un ossimoro, ovvero la figura retorica che accosta due termini di senso opposto, ma non mi piace, nonostante la mia passione per la grammatica e le belle lettere. Perché in questa contraddizione si insinua un pericolo: l’incapacità di accettare gli altri, anche se si sforzano di non infastidirci. Che la fine della sopportazione, dell’empatia e della società umana siano vicine?

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