Dal cilindro uscirà un coniglio che per ora nessuno vede?

di Nicola Salvagnin

Tra gli ambienti industriali del Nord l’insoddisfazione sta montando alla velocità della luce: non piacciono le prime scelte di questo governo, orientate soprattutto alla distribuzione più che alla creazione di ricchezza. Non sarebbe un male in sé, se non fosse che il treno-Italia sta andando sempre più piano. Dopo tanti anni di recessione - la più lunga tra i Paesi industrializzati - il Paese si era finalmente ripreso e soprattutto nell’ultimo biennio il Pil aveva cominciato a crescere, trainato soprattutto dalle esportazioni e dal minor costo delle materie prime (petrolio in primis). Ma l’orizzonte sta decisamente cambiando: il greggio è risalito, i dazi che spuntano ovunque non fanno bene ad un’economia come la nostra, gli incentivi al settore produttivo stanno sparendo dall’orizzonte governativo, in favore di politiche redistributive. Ma, come ha recentemente detto il presidente francese Macron, “per spartire la torta bisogna prima fare la torta”.

Qui sta il punto. Nel giro di pochi mesi la crescita del Pil non appare più tale, mentre il governo stima che il prossimo anno crescerà dell’1,5%, in solitaria rispetto alle analisi di tutte le organizzazioni di rilevazione. E se non crescerà con quell’energia, saranno guai per tutti. Questo preoccupa i settori produttivi anzitutto del Nordest, la parte più dinamica in questi ultimi anni assieme alla Lombardia. È chiaro che il paventato taglio delle sovvenzioni pubbliche, dirottate altrove, crea sempre inevitabili malumori. Ma a preoccupare tutti è il previsto sgonfiarsi del Piano Industria 4.0, che aveva mosso tanto vento dietro alle vele di molte aziende, stimolandole tra l’altro a processi di innovazione che stanno dando i loro frutti.

La preoccupazione si sta rapidamente estendendo al settore del commercio, con la progressiva riduzione degli acquisti dopo una timida ripresa. Nel frattempo i punti vendita sono costantemente aumentati: la fetta da spartire appare di mese in mese più piccola, mentre i consumatori italiani – paventando un altro “inverno” – hanno ripreso a mettere fieno in cascina e a spendere di meno.

Le banche non sono messe meglio, come dimostrano il forte calo degli utili e il caso della genovese Carige, le cui azioni valgono oggi molto meno di un centesimo di euro, insomma meno della carta su cui potrebbero essere stampate. E ci sono altri istituti che non stanno navigando in acque tranquille…. I grandi lavori pubblici, poi sono stati assoggettati ad “analisi costi-benefici” misteriose quanto per ora solo paralizzanti.

Insomma, l’economia reale inizia a preoccuparsi seriamente. Gli sgravi fiscali sostanzialmente sono ancora al palo, mentre la macchina pubblica promette di ingrossarsi e di spendere più voracemente. Oppure c’è qualcosa che sfugge a tutti e dal cilindro uscirà un coniglio che per ora nessuno vede.

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