Tra comuni e governo non sempre i rapporti sono facili

di Stefano De Martis

I rapporti tra l’attuale governo e i comuni italiani sono stati sin dall’inizio molto problematici. Certo, il fatto che la legge di bilancio abbia revocato il blocco degli aumenti delle addizionali Irpef e dell’Imu sulle seconde case, è stato accolto da migliaia di sindaci con largo favore: sono oltre 6.500 i comuni al di sotto del tetto massimo di queste imposte e con il nuovo anno potrebbero far scattare i ritocchi all’insù.

La richiesta, del resto, era partita proprio dai comuni, molti dei quali sono alle prese con gravi problemi di cassa. E al governo centrale non è parso vero di poter scaricare sui sindaci la responsabilità di nuove tasse. Tanto a pagare saranno i cittadini. Però i rapporti restano problematici. In uno dei primi atti del nuovo esecutivo, il cosiddetto decreto milleproroghe, erano stati cancellati i finanziamenti destinati al piano per le periferie varato dai precedenti esecutivi. Un’iniziativa di grande rilievo sociale che aveva consentito di attivare interventi significativi in tanti comuni di ogni colore, in molti casi già in fase di avanzata progettazione (con relativi impegni di spesa) e in alcuni addirittura già operativi.

L’Anci, l’Associazione dei comuni italiani, si è mobilitata con ogni mezzo, arrivando perfino a interrompere i rapporti istituzionali con il governo all’interno degli organismi rappresentativi. Alla fine l’esecutivo ha fatto marcia indietro.

Un altro fronte su cui, invece, non ci sono margini di ripensamento è quello dello Sprar (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati), sostanzialmente smantellato dal decreto sicurezza. Eppure questo sistema, gestito a livello comunale, ha rappresentato per riconoscimento pressoché unanime il modello di accoglienza integrata di gran lunga più riuscito.

Sempre a livello di welfare locale, un altro colpo di dimensioni ancora più estese è in arrivo con il Reddito di cittadinanza. Il relativo decreto non è stato ancora presentato, ma su un punto non sembrano esserci dubbi: saranno i Centri per l’impiego a gestire l’operazione. Ammesso che siano in grado di farlo in tempi brevi grazie alle ingenti risorse stanziate (ma certe lacune strutturali non si colmano con i soldi), verrà comunque vanificata tutta l’esperienza compiuta dai servizi sociali comunali per l’attuazione del Reddito d’inclusione, che scomparirà, assorbito dalla nuova misura. Sui rapporti difficili tra governo e comuni pesa indubbiamente un fattore tutto politico: la maggioranza che a livello nazionale esprime l’esecutivo, a livello locale non esiste.

Nelle amministrazioni comunali il M5S ha ancora una presenza ridotta, la Lega governa da sola o con il centro-destra, in molte situazioni le giunte sono di centro-sinistra.

Ma alla radice forse c’è qualcosa di più. Qualcosa che ha a che fare con il ritorno di forme di statalismo e dirigismo, con l’insofferenza verso le realtà intermedie tra lo Stato e il singolo, sia quelle della società civile, sia quelle delle istituzioni, come i comuni. Che restano, lo ha ricordato di recente anche il cardinale Bassetti, presidente della Cei, “il cuore pulsante dell’Italia” e “il tipo di governo più vicino alla gente”.

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