Il tema del debito pubblico non è questione per specialisti

di Stefano De Martis

La politica italiana (non solo quella italiana, per la verità) appare sempre meno interessata al futuro da costruire faticosamente pensando in particolare alle nuove generazioni e sempre più ossessionata dalla ricerca di un consenso che si gioca nelle emozioni del presente e tutt’al più in una prospettiva molto ravvicinata, quella delle elezioni europee del maggio 2019. Lo ha dimostrato ancora una volta e in modo gravido di conseguenze la vicenda del varo della nota di aggiornamento al Def. Al di là di più puntuali e mirate considerazioni nel merito, nell’approccio al tema del debito pubblico le forze attualmente in maggioranza hanno confermato una vistosa insofferenza per i limiti e gli equilibri a cui l’azione di governo, anche la più intrepida e coraggiosa, non può sottrarsi. La politica come tale non può tutto. Il suo compito è servire il bene comune, non instaurare il paradiso in terra per decreto. Tutti i tentativi in questo senso – la storia ci insegna – oltre a essere illusori sono anche forieri di sciagure. Se la politica in sé deve coltivare il senso del limite, tanto più questo vale i comportamenti delle maggioranze che temporaneamente – anche questo avverbio ha a che fare con il senso del limite – hanno ricevuto il mandato elettorale a governare.

In questa stagione lo strabordare delle forze di maggioranza, M5S e Lega, è oggettivamente enfatizzato dalla mancanza di un’opposizione capace di svolgere pienamente il proprio ruolo, essenziale in una democrazia. Delle altre due forze che hanno una più significativa rappresentanza parlamentare, Forza Italia e Pd, la prima si è presentata alle ultime elezioni insieme alla Lega e con la Lega continua ad avere un rapporto ambivalente. Se n’è avuta conferma con l’accordo stipulato in vista delle prossime elezioni regionali. L’altra ha provato a battere un colpo con la manifestazione di Roma. E’ tutto da verificare, però, se questa iniziativa segnerà l’inizio di una nuova fase o se il Pd continuerà ad avvitarsi in una dialettica interna dai toni talvolta surreali. In questo contesto spicca ogni giorno di più la funzione riequilibratrice del Presidente della Repubblica. Tale funzione appartiene senza dubbio al profilo costituzionale del Capo dello Stato, ma in una condizione di funzionamento più fisiologico del sistema non avrebbe l’evidenza che invece ha assunto negli ultimi mesi, anche dopo la fase di formazione del governo in cui il ruolo del Quirinale è chiamato in causa in modo decisivo.

E sì che Sergio Mattarella, per lo stile rigorosamente costituzionale impresso al suo incarico e anche per indole personale, non è un interventista. Anche quando le circostanze impongono un’azione più diretta e visibile, i suoi interventi sono sempre attentamente calibrati e proporzionati.

Dopo l’approvazione della nota di aggiornamento al Def, nel bailamme della polemica pubblica, Mattarella ha colto l’occasione di una manifestazione al Quirinale collegata al 70° della Carta, per ricordare che “la nostra Costituzione all’articolo 97 dispone che occorre assicurare l’equilibrio di bilancio e la sostenibilità del debito pubblico”.

“Questo – ha spiegato – per tutelare i risparmi dei nostri concittadini, le risorse per le famiglie e per le imprese, per difendere le pensioni, per rendere possibili interventi sociali concreti ed efficaci. Avere conti pubblici solidi e in ordine è una condizione indispensabile di sicurezza sociale, soprattutto per i giovani e per il loro futuro”.

Ecco il punto. Il tema del debito pubblico non è una fastidiosa questione per specialisti (come purtroppo anche una certa visione tutta finanziaria dell’economia ha indotto a pensare), ma riguarda la vita concreta del Paese e in particolare il futuro che vogliamo consegnare alle giovani generazioni. È in questa chiave che la politica deve farsene carico responsabilmente.

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