Il Pd in assemblea e l’assenza di un’opposizione all’altezza

di Stefano De Martis

Il cosiddetto “decreto dignità” è arrivato questa settimana in Parlamento e l’andamento del suo iter dirà molto anche dei rapporti tra M5S e Lega. Così come era stata rivelatrice, al momento della sua approvazione in Consiglio dei ministri, l’assenza di Matteo Salvini. Il vicepremier e ministro dell’Interno, come si ricorderà, invece di partecipare alla riunione di Palazzo Chigi aveva scelto in alternativa di andare a Siena per assistere al Palio. Un modo plateale per sottolineare che quello era il decreto di Di Maio e non il suo e che, anzi, la Lega si riservava di apportare delle modifiche durante il percorso parlamentare di conversione in legge. Percorso che si annuncia piuttosto convulso perché, calendario alla mano, prima della pausa estiva ci sono soltanto 15 giorni di lavori effettivi per Camera e Senato.

Che cosa ne sia dell’unità di indirizzo del governo non è dato sapere.

Il primo provvedimento dell’esecutivo in materia economica ha fatto venire alla luce i contrastanti interessi che sono alla base del consenso della Lega – con le imprese del Nord che non hanno per nulla gradito le misure del decreto – e di quello del Movimento 5 Stelle. Vedremo in concreto fino a che punto il testo del decreto sarà modificato e, quindi, la capacità dei cinquestelle di arginare almeno sul loro terreno lo strapotere di Salvini.

Finora il leader della Lega è riuscito a imporre la sua linea e, prima ancora, la sua agenda di priorità. Dopo l’iniziale presa di posizione del ministro della Giustizia, il pentastellato Alfonso Bonafede (“Le sentenze vanno rispettate, senza evocare scenari che sembrano appartenere più alla Seconda Repubblica”), il M5S ha finito sostanzialmente per dare copertura persino all’attacco di Salvini ai giudici per la sentenza della Cassazione sui fondi della Lega. Intendiamoci, il tema dei rapporti tra politica e magistratura è non da ora un tema reale e di estrema delicatezza, ma la vicenda in questione testimonia ancora una volta l’insofferenza del leader leghista verso le istituzioni di garanzia.

E non occorre avere una fantasia particolarmente spiccata per immaginare quale sarebbe stata la reazione dei cinquestelle se al posto di Salvini ci fossero stati Silvio Berlusconi o Matteo Renzi.

D’altronde è proprio l’assenza di un’opposizione all’altezza dei tempi a ridurre la dialettica politica alle dinamiche della singolare alleanza-competizione tra le due forze della maggioranza, che governano insieme ma con obiettivi diversi (o, più precisamente, con l’obiettivo comune di diventare in futuro a tutti gli effetti i due poli contrapposti di un bipolarismo populista).

L’esito dell’assemblea del Partito democratico dimostra che quello che era il partito-perno del sistema politico finora non è stato capace neanche di avviare una riflessione adeguata alla radicalità delle sfide che interpellano oggi la democrazia, in Italia e non solo.

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