Tutti contro la chiamata diretta, annacquata e proibita

di Corrado Sancilio*

Tanti sono stati i titoli di giornali in questi ultimi giorni dedicati all’abolizione della “chiamata diretta” dei docenti da parte dei presidi come primo atto del neo ministro dell’Istruzione Marco Bussetti. Esultano i sindacati e le diverse associazioni di categoria per la prima vittoria, e si spera non ultima, ottenuta sul campo.

La tanto vituperata “chiamata diretta” definita, da una cultura avversa, foriera di ingiustizie, di potere smisurato nelle mani di dirigenti scolastici affetti da eccessiva discrezionalità, logorati da assenza di potere, indirizzati nella scelta da selezioni compiacenti e poco oggettive, ha dato i suoi frutti e oggi sono in tanti a esultare. Finalmente è affossata quella che prima è stata annacquata e ora proibita.

È il primo significativo baluardo della “Buona Scuola” a cadere sotto i colpi delle picconate demolitive di una legge osteggiata sin dalla sua approvazione. Secondo una cultura popolare opportunamente guidata, una sorta di “grandeur” professionale ha ammaliato i presidi del terzo millennio, proiettandoli su nomignoli dispregiativi dal significato poco professionale quali: preside sceriffo, preside dittatore, preside padrone, preside sindaco, preside manager. Per quest’ultimo “nomignolo” gli fa eco la futura scuola interconnessa che a qualcuno piace chiamare “scuola 4.0”.

Un preside così fa certamente paura. È un “mostro” che fa paura perché, come ha scritto un insegnante su un quotidiano online, finirà per utilizzare questi poteri contro: «i frustrati per farsi giustizia, i matti per far fuori chi gli sta attorno, gli ambiziosi per far fuori gli avversari, i deboli per non soccombere».

Dopo di che mi chiedo: ma siamo sicuri che stiamo parlando della figura del preside?

Personalmente di colleghi sceriffi con la stella sul petto, di dittatori con poteri di vita o di morte sul personale, di padroni con la verga tra le mani pronti a fustigare non ne ho mai visti. Ho visto, invece, qualche collega sindaco in quanto democraticamente eletto elle elezioni amministrative, ma anche qualche manager dai sogni aziendali. Di fatto vedo, purtroppo, che la sindrome di Brenno colpisce ancora e i sindacati hanno fame di revisionismo scolastico. Non si accontentano della sola abolizione della “chiamata diretta”, hanno già fatto capire a chiare lettere che vogliono altro e altro ancora.

Loro vogliono il totale affossamento della cosiddetta “Buona Scuola”, una legge ritenuta il male supremo in quanto causa di tutti i guai che la scuola ha conosciuto in questi ultimi anni. Personalmente non ci credo anche se l’approvazione della legge sulla “Buona Scuola”, come qualcuno ci tiene a ricordare, è stata preceduta e accolta da uno sciopero generale, dal blocco degli scrutini in tante scuole, da docenti artefici di iniziative estreme come quella di incatenarsi o di imbavagliarsi pur di esprimere il forte disagio per una norma ritenuta penalizzante.

Sono state organizzate fiaccolate, occupate piazze, organizzati cortei con docenti vestiti a lutto, organizzati scioperi della fame contro strani algoritmi che hanno disseminato cattedre dalle Alpi alle Madonie senza un’equa logica territoriale o sociale, ma applicata fino a dividere famiglie.

E c’è di più. Ancora oggi qualche sindacato spera addirittura di vedere aboliti i concorsi a preside per lasciare spazio al collegio dei docenti di individuare e nominare un insegnante con funzioni direttive, un po’ come si fa con i presidi di facoltà nelle nostre Università. Che si applichi pure questa soluzione. Almeno qualcuno avrà l’opportunità di rendersi conto di cosa vuol dire amministrare e gestire una scuola oggi.

Non è finita. Ora si punta a restituire alle rappresentanze sindacali quelle prerogative che la “Buona Scuola” aveva riservato ai presidi per consentire di ritrovare nell’Autonomia Scolastica quel ruolo che era stato loro assegnato. In parole povere: si torna indietro dopo essere andati avanti. Come sono lontani i tempi delle “convergenze parallele” o della “non sfiducia”, formule e soluzioni politiche che consentivano di trovare elementi di unione tra forze politiche diverse su riforme importanti tali da renderle durature nel tempo.

Da un decennio a questa parte è un continuo ondeggiare liberamente un po’ avanti e un po’ indietro, mentre a soffrire è la stessa capacità applicativa di norme che si susseguono a un ritmo forsennato. Siamo alla vigilia di profondi cambiamenti sui contratti dei docenti precari, mentre abbiamo fatto la conoscenza delle recenti innovazioni sul Regolamento europeo della privacy; sono appena partite a pieno regime le iniziative sull’alternanza scuola-lavoro, ma è in arrivo la revisione della normativa che disciplina questa materia; ha preso il suo ritmo applicativo la norma che stabilisce i criteri di assegnazione del “bonus” di merito riservato ai docenti, che già dobbiamo fare i conti con nuovi criteri applicativi; abbiamo acquisito dimestichezza con la normativa che disciplina i permessi mensili con l’applicazione delle legge 104/92, che già l’Aran ha comunicato le novità introdotte sulla materia a partire dal mese di giugno; ci siamo adeguati ai diversi ritocchi sugli esami di Stato, che già siamo chiamati a lavorare sui cambiamenti annunciati e sulle nuove tabelle di valutazione a partire dal prossimo anno scolastico; abbiamo affrontato processi formativi sulla legge per il diritto allo studio degli alunni Dsa (Disturbi Specifici Apprendimento) da poco entrata in vigore, che già dobbiamo fare i conti con le novità sopraggiunte a fine 2017.

Sono solo i più significativi cambiamenti che hanno messo a dura prova la stessa proverbiale capacità di adattamento di insegnanti e presidi mai messa in discussione pur sapendo che tanti colleghi lavorano in strutture scolastiche vecchie e fatiscenti.

Ritengo significativo, a tal proposito, citare un antico proverbio cinese: «Quando soffia il vento del cambiamento, alcuni costruiscono dei ripari ed altri costruiscono dei mulini a vento». In buona sostanza noi presidi cominciamo a ripararci, i sindacati hanno iniziato a costruire mulini a vento.

*preside dell’Istituto “Agostino Bassi” di Lodi

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