Ma quali percezioni hanno i giovani su temi così rilevanti?

di Silvia Rossetti

I ragazzi intervistati sulle gradinate delle scuole dopo la prima sessione di maturità hanno risposto alle domande dei giornalisti con serenità. La gran parte di loro ha giudicato “semplici” le tracce proposte per la prima prova, il tema di italiano. In effetti la rosa delle proposte quest’anno è stata “fattibile”, facendo riferimento a un patrimonio di conoscenze concrete degli studenti.

Argomenti certamente trattati nel corso degli studi a diversi livelli e sotto varie angolature. Temi attuali, fra l’altro, che richiamano urgenze contemporanee come il principio dell’uguaglianza, l’antisemitismo e tutte le altre forme di discriminazione, l’europeismo, il concetto di propaganda e i temi della bioetica.

Non ultima urgenza (di natura più filosofica), la riflessione sulla solitudine come tema esistenzialistico e spazio dedicato alla ricerca della propria essenza e anche della propria dimensione creativa, oggetto anch’essa di una delle proposte di esame.

Insomma, molta carne al fuoco.

Sarebbe interessante leggere gli elaborati che sono usciti dalle penne dei nostri studenti e capire, attraverso le loro parole, la percezione che essi hanno rispetto a questi temi così fondanti.

In un certo senso, in occasione degli esami di maturità, due (o più) generazioni diverse si incontrano e dialogano e, anche se a fare da sfondo disturbante c’è la componente ansia, ciò che ne emerge è un confronto socio antropologico assai interessante. Sempre che ci siano le parole sufficienti per poterlo esprimere…

Eh sì, perché le parole ancora una volta sono il nodo di questo e di qualsiasi altro confronto. Umberto Galimberti, nel suo ultimo saggio “La parola ai giovani”, denuncia il fatto che le nuove generazioni abbiano perso proprio la dimestichezza nell’uso delle parole. Il vocabolario personale di un giovane si è ridotto a poche centinaia di parole. “Riusciamo a pensare limitatamente alle parole di cui disponiamo, perché non riusciamo ad avere pensieri a cui non corrisponde una parola. Le parole - afferma con fermezza il filosofo - non sono strumenti per poter esprimere il pensiero, al contrario sono condizioni per poter pensare”. E aggiunge “in molti pensano che saper scrivere ormai sia inutile in un mondo in cui a contare non sono più le parole, ma i fatti, e ancor più dei fatti, le immagini”.

La difficoltà, quindi, sta proprio nell’espressione intesa nel senso più profondo. Espressione della propria identità e del proprio modo di pensare che può fondarsi solo attraverso la costruzione di riflessioni, e cioè attraverso la famosa attitudine speculativa tanto cara ai filosofi del tempo antico. Senza la ricerca e l’analisi del pensiero qualsiasi argomento diventa una vetta irraggiungibile, anche ciò che all’apparenza ci pare “semplice”. Riprendendo appunto l’aggettivo usato dai giovani studenti intervistati per definire la prova proposta.

L’eguaglianza, la conoscenza di sé, la storia… Non sono affatto temi semplici, vanno sviscerati e scomposti. Analizzati nel profondo, contestualizzati. La tendenza a semplificare ciò che semplice non è, sembra essere sempre il tratto tipico di questo passaggio epocale che incoraggia lo slalom tra tutto ciò che appare faticoso e che richiede uno sforzo, anche soltanto mentale.

In questo terreno gli equivoci germinano facilmente e generano gigantesche mistificazioni, nei confronti delle quali bisogna essere attrezzati intellettualmente.

Speriamo che i giovani maturandi lo siano, sono la nostra speranza in un orizzonte di confusione e menzogna. Abbiamo bisogno della loro freschezza, ma anche e soprattutto della loro intelligenza e capacità di pensare.

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