“Canto del cigno” per la maternità
Le culle resteranno vuote

Nel Lodigiano, da lunedì, si partorisce solo all’ospedale Maggiore

Viaggio della nostra giornalista nell’ostetricia di Codogno, tra locali rinnovati da pochi anni, rassegnazione e tristezza

Cristina Vercellone

Un fiocco azzurro e un bambolotto giallo penzolano dalle porte delle camere. Sono gli unici due e nel reparto nuovo, pulito e colorato, si respira aria di smantellamento. Da lunedì più nessuna donna partorirà a Codogno. L’ostetricia chiude i battenti. I 5 ginecologi non potevano più andare avanti da soli e per forzare la politica a prendere una decisione, chiusura o rilancio, in 3, primario facente funzioni compreso, hanno chiesto il trasferimento a Lodi. Da un anno e mezzo i ginecologi del Maggiore, già ridotti all’osso, andavano avanti e indietro dal capoluogo nella Bassa per aiutare i colleghi. Anche i pediatri non ci sono. Per la guardia, l’Asst è stata costretta a siglare un contratto con una cooperativa privata a colpi di 840 euro a notte per ogni medico, molto di più dell’assunzione dei singoli professionisti. Uno “spreco” che grida vendetta e in queste condizioni mancano le misure di sicurezza.

L’ostetricia di Codogno, che negli anni d’oro era arrivata anche a 800 parti, adesso fa partorire circa 530 donne all’anno, il 32 per cento con un cesareo. «Qui siamo come una famiglia - commenta Gabriella Del Miglio, 59 anni, da 42 all’ospedale di Codogno -. Vogliamo rimanere qui, con il primario Paolo Croce e le dottoresse che ci sono. Non avrei mai pensato che il mio punto nascite facesse questa fine. Le donne vengono da noi perché il clima è famigliare. Il rapporto che si instaura è tra persona e persona, non tra professionista e utente. Infatti, poi, le donne tornano con i loro bambini a salutarci. Negli anni Settanta avevamo 10 camere da 4 letti, 20 per la ginecologia e 20 per l’ostetricia». Del Miglio è andata anche sul palco a dire la sua durante la manifestazione organizzata dai sindacati.

Al terzo piano è in corso la riunione delle ostetriche con i vertici aziendali rappresentati dalle dottoresse Maria Cristina Monti e Cinzia Garofalo. Stanno spiegando loro qual è la nuova organizzazione del lavoro, la suddivisione dei turni tra Lodi e Codogno: “tu oggi sei qua, tu al Maggiore”. Le ostetriche scendono nel reparto al pian terreno a testa bassa, visibilmente amareggiate. Di rilasciare dichiarazioni neanche a parlarne. Quattro donne, in corridoio, attendono di essere visitate. «Questa chiusura - commenta Francesca Colombani di Maleo - è un delirio. Il personale è preparato e cordiale. Quando c’è una realtà che funziona, invece di farla crescere e aiutarla a svilupparsi, la chiudono. Anche le mie amiche sono disperate». Sara, futura neomamma di Codogno, se ne sta sdraiata nel letto con il pancione. Il termine è il prossimo maggio, ma è entrata per un controllo. «Qui sono tutti squisiti e molto professionali - commenta -. Ne parlavo con le altre ragazze che hanno fatto il corso preparto con me. Tutte speravamo di partorire qui, invece andremo a Lodi». Federica Massari, di San Fiorano, ha appena dato alla luce il piccolo Nirvana.«È un peccato che chiuda - dice -, mi sono trovata molto bene».

Il primario facente funzioni Paolo Croce è impegnato nel suo studio a trovare un posto per il ricovero altrove di una donna gravida. Nessuno negli altri ospedali fuori territorio si era accorto che doveva essere operata. «Il problema - dice - è che ci sono sempre meno medici e gli ospedali più piccoli sono i più penalizzati. Un conto per un collega è venire in un posto con un primario che ti spiega quale sarà il tuo futuro professionale, un conto venire in un reparto dove il primario non c’è. Lo fa solo chi abita vicino. Il 18 ci sarà il concorso di primariato, vediamo come andrà».

Croce, originario di Orio Litta, 60 anni, lavora a Codogno dal ’90. Specializzatosi a Pavia, prima di arrivare qua era stato 2 anni in chirurgia a Casale e 8 mesi in ginecologia a Lodi. «Allora - dice - seguivamo 700 parti all’anno. C’erano tutti gli ambulatori: ecografia, colposcopia, diagnosi prenatale e quello per lo studio del cuore, poi sono arrivati quello per la vaccinazione contro l’hpv e i tumori dell’endometrio».

Tutta la struttura e il blocco parto sono nuovi, hanno circa 10 anni. Le sale parto sono due, con due poltrone, una nuova, poi c’è il materasso per il parto a terra, il seggiolino, due stanze per il travaglio e una per il post partum. «In 5 ginecologi non si poteva più andare avanti - ammette Croce -, visto che servono 3 reperibili ogni giorno. Abbiamo fatto richiesta di trasferimento, l’azienda avrebbe anche potuto non accettare. Anche il reparto di Lodi andava coperto». Papà di 3 figli, due ingegneri e uno che sta seguendo le orme del padre, ha scelto questo lavoro perché gli «interessava l’attenzione alla gravida e alla vita nascente. In questi giorni abbiamo dovuto ridurre l’offerta - dice -. Gli ambulatori resteranno a Codogno, mentre i parti da lunedì saranno spostati a Lodi. Saranno anche garantiti gli interventi chirurgici con un solo operatore. Delle 30 ostetriche alcune resteranno qui, altre saranno trasferite a Lodi. Dal punto di vista umano mi dispiace molto che si chiuda, soprattutto per come si è arrivati alla decisione. Tanti fattori negativi hanno portato a questa situazione. Il futuro si vedrà. Va bene lavorare anche a Lodi, l’importante è fare bene il proprio lavoro. La vita può portarti a fare cose che non condividi, ma si cerca di farle al meglio. Gli ultimi 12 mesi sono stati di grande fatica, ma abbiamo cercato di lavorare mantenendo gli standard adeguati di sicurezza. Adesso siamo tutti stanchi». Tre donne sono state dimesse, altre 3 sono ancora ricoverate.

Le culle del nido sono desolatamente vuote.

Andiamo su e giù dalle scale per trovare un’ostetrica “anziana” disposta a parlare. «Mi dispiace non mantenere un reparto che funge da polo di attrazione per il Cremonese e il Piacentino - dice Croce -. Avrei preferito andare in pensione lavorando qua». Anche Silvia Zanchi, ginecologa di 43 anni, è dispiaciuta. «Mi trovo bene - si confida -, mi hanno rinnovato il contratto, a partire dal 2011, fino a quando ho partecipato al concorso. Abbiamo sempre lavorato con attenzione. A me piace il mio lavoro, stare in sala parto e fare le ecografie. A tutte le richieste che ci sono state avanzate abbiamo sempre aderito. Mi dispiace».

«La chiusura del reparto era opportuno venisse programmata e comunicata meglio, ma si sta rimediando. Si è parlato con il personale e con le donne, sono stati fatti anche dei volantini - annota il responsabile del dipartimento chirurgico Costantino Bolis -. Per quanto riguarda il problema dell’autopresentazione, ci sarà una procedura ad ulteriore tutela per evitare problemi fino al 6 maggio».

Gli spazi sono enormi, deserti, stridono con quelli di Lodi dove si fa fatica ad ampliare i servizi di prima necessità. Anche in chirurgia c’è un solo medico per la seconda reperibilità. L’ex primario Renato Pricolo, andato in pensione, non è stato ancora sostituito.

Un uomo solo aspetta con la ricetta in mano, sulla sedia. Ci blocca con un pretesto e si mette a raccontare storie e poesie Non fa una pausa. Non si capisce se stia parlando o recitando. Qua tutto è surreale. Surreale anche l’immobilismo di chi ha lasciato che le cose andassero così. Il direttore generale Giuseppe Rossi aveva ricordato la scorsa settimana il suo sogno di aprire una riabilitazione cardiologica a Codogno. Le necessità per una riabilitazione a tutto tondo non mancano, visto le difficoltà che trovano i medici, una volta dimessi i pazienti da Lodi a trovare spazi per il loro recupero successivo.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Commenti ( 0 ) Regolamento Commenti: Prima di commentare gli utenti sono tenuti a leggere il regolamento del sito . I commenti che verranno ritenuti offensivi o razzisti non verranno pubblicati e saranno cancellati.