Ricky, rinato dopo 26 minuti in arresto
Riccardo Beghi con la mamma Orietta Dusi di Livraga. Il giovane è tornato a casa dopo mesi di ricovero da un ospedale all’altro, ma la riabilitazione continua

Ricky, rinato dopo 26 minuti in arresto

Riccardo, affetto dalla sindrome di Brugada e mamma Orietta si raccontano

Cristina Vercellone

Livraga

È tornato a casa Riccardo Beghi, per tutti Ricky. Oggi sorride, nella sua casa di Livraga con la mamma Orietta Dusi e il fratello Federico vicini a lui, mentre papà è al lavoro. Affetto dalla sindrome di Brugada che colpì anche il calciatore Piermario Morosini e che potrebbe essere anche la responsabile della morte di Davide Astori, Ricky, lo scorso giugno, andò in arresto cardiaco e rimase in quelle condizioni per 26 minuti. Furono il massaggio cardiopolmonare effettuato subito dalla mamma con le indicazioni telefoniche del 118, l’intervento del medico d’emergenza urgenza e il trattamento intensivo ricevuto in ospedale, a Lodi, a riportarlo in vita. La sua storia emozionò i lettori e continua ad emozionare.

Da quel 12 giugno i cambiamenti sono stati tanti. Ricky era rimasto in coma fino al giorno 17 poi aveva commosso tutti con quell’imprevisto risveglio e il suo “Ciao mamma” dal letto della terapia intensiva. Classe 1992, cuoco alla locanda dei sapori di Borghetto, Riccardo era rientrato dal lavoro a mezzanotte. Alle 4 della mattina la mamma aveva sentito un rantolo. Il ragazzo era cianotico, il ventre immobile. Nessun respiro. L’aveva buttato giù dal letto e aveva iniziato subito il massaggio, Il 118 l’aveva guidata al telefono poi una volta sul posto il medico l’aveva trattato per altri 25 minuti, poi era arrivato il trasferimento in pronto soccorso e in terapia intensiva, a Lodi. Il medico del 118 le aveva promesso, in quel momento, che il figlio sarebbe sopravvissuto. Salvo poi interrogarsi come uomo, e confidandosi con mamma Orietta, se quell’azione fosse stata quella giusta. Ricky avrebbe potuto restare fortemente leso. In genere bastano pochi minuti di assenza di ossigeno al cervello a ridurre le persone in stato vegetativo. Viste le condizioni iniziali di Ricky anche i medici della terapia intensiva avevano dato ben poche speranze alla mamma. «Fortunatamente - commenta oggi il primario Enrico Storti - l’evoluzione delle sue condizioni, con la felicità di tutti noi, è stata positiva. Dei segnali di ripresa si erano già evidenziati nei giorni precedenti».

Riccardo aveva già avuto svenimenti in passato, ma mai nessuno di questa entità. Per la diagnosi ci sono voluti anni. «Ogni tanto lui stava male, anche sul lavoro - racconta la mamma -, allora andavamo a prenderlo. Prima di lavorare a Borghetto Riccardo, che ha studiato al Clerici di Lodi, lavorava dai fratelli Favini. È stata la neurologa dell’ospedale Maggiore del capoluogo Valeria Badioni a scoprire la malattia 3 anni fa. Prima dicevano che erano crisi vagovagali e che poteva essere epilessia. Prendeva anche un farmaco per le crisi epilettiche. Non chiamavamo più neanche il 118. Una volta, invece, ne ha avuta una più grave, nel bagno di casa ed è in quella circostanza che è finito in neurologia a Lodi ed è riuscito ad avere la diagnosi. Solo che poi l’abbiamo portato in un altro ospedale, gli hanno messo il pacemaker invece del defibrillatore. Non ho ancora capito perché».

«Mentre Riccardo era ricoverato in terapia intensiva, il sabato 17, mi sono ritrovata non so come, insieme a mia cugina, a Caravaggio. Io non sono molto praticante. Per tutta la durata della Messa ho pianto e non ho mai pregato. Poi sono stata sotto la cappella della Madonna. C’era la targa del 21/06/1992, in ricordo della visita del Papa. “Guarda - ho detto - la data di Ricky: giugno, il mese del malore e ’92 l’anno della sua nascita”. Poi non sentivo più niente, ero ovattata, provavo una sensazione stranissima. Ho chiesto anche a mia cugina se ci fossero dei rumori che io non sentivo. A mezzogiorno sono andata in ospedale da Ricky, il personale della terapia intensiva mi è venuto incontro. Ho chiamato Riccardo come mi avevano detto e lui mi ha risposto: “Ciao mamma”. Mi sono sentita male. Neanche i dottori riescono a spiegarsi come Ricky sia sopravvissuto alla morte e anche la velocità della ripresa. Incredibile».

Dopo un mese di terapia intensiva, a Lodi, Riccardo è stato trasferito dallo stesso primario Enrico Storti alla Maugeri di Pavia per la riabilitazione. Fino al 9 marzo, giorno del rientro a casa, Ricky è passato da un ospedale all’altro, per mettere il defibrillatore, fare l’intervento al piede, logopedia e riabilitazione. Senza trascurare l’assistenza psicologica. Oggi continua la fisioterapia e la logopedia, a casa e il nuoto al Paguro dell’Albarola.

«Il messaggio che deve passare alla popolazione - dice la mamma - è che tutti devono imparare a praticare le manovre di primo soccorso. Servono tantissimo. Poi bisogna potenziare la dotazione di defibrillatori e non abbattersi mai. Anche io ogni tanto vado in crisi, ma non è giusto. Dal 12 giugno non mi sono ancora fermata, sono in continuo movimento, per trovare strutture e fare tutto quello che è possibile fare per il mio Riccardo. Abbiamo capito poi che chi è senza soldi non va da nessuna parte e questo è triste. Quest’anno, infatti, i soldi ricavati dalla vendita delle stelle di Natale, che solitamente destino alla ricerca, vorrei donarli a qualcuno che ha bisogno di risorse per curarsi e non ce la fa. I soldi che servono sono tanti, i rimborsi se arrivano, arrivano con ritardo di anni, ma tu ne hai bisogno subito, per carrozzine, letti, ascensore e fisioterapia. Gli Amici del Miglio” ci hanno aiutati. Dovevamo operare Riccardo al piede perché altrimenti non sarebbe riuscito a camminare. Dovevamo aspettare più di un anno, nel frattempo i muscoli si sarebbero irrigiditi e Riccardo non avrebbe più potuto camminare. Così abbiamo dovuto pagare l’intervento. In una struttura riabilitativa puoi restare solo due mesi e andarci una volta sola all’anno. L’Inps ha decurtato la busta paga di Ricky del 75 per cento perché è stato ricoverato troppo a lungo. Per poter operare Ricky e fargli mettere il defibrillatore, invece, abbiamo dovuto fare la pratica per la tutela legale di Riccardo. Un’assurdità che adesso non rifarei. Riccardo è maggiorenne, ma non era considerato in condizioni di dare da solo il consenso all’intervento. Per accelerare l’operazione ci siamo mossi così. Abbiamo dovuto pagare 200 euro per un’ambulanza per portare Riccardo in tribunale dal giudice che certificasse la condizione di Riccardo. Non potevano venire loro in ospedale,. Ogni volta che mi servono dei soldi per pagare le cure di Ricky bisogna chiedere il consenso, aspettare mesi. Assurdo, la burocrazia frena ogni cosa».

«Riccardo qual è il tuo sogno?», chiediamo a Ricky. E lui: «Andare in Giappone e poi tornare a lavorare». La famiglia Beghi aveva in sospeso anche una crociera. «Per adesso - dice la mamma - ci limitiamo ad andare qualche giorno al mare, a fine mese. Presto porterò Riccardo in terapia intensiva, a Lodi, a fargli conoscere il primario Storti. Lui non si ricorda. Devo ringraziare tutti. Lui e i suoi colleghi che sono stati speciali, il medico del 118, gli altri dottori. Siamo stati sempre fortunati». Adesso Riccardo fa qualche passo da solo, parla e riesce a mangiare in autonomia. «Il cammino è ancora lungo - si commuove la mamma -, ma ogni giorno Ricky, anche grazie al suo impegno, migliora sempre di più».

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