Scuole che non vogliono studenti con problemi

di Corrado Sancilio*

«Alcune frasi appaiono particolarmente gravi, persino classiste. Non sono assolutamente tollerabili e prenderemo provvedimenti specifici a seguito dei dovuti approfondimenti». È un passaggio di una recente dichiarazione rilasciata dalla Ministra dell’Istruzione Valeria Fedeli che non lascia dubbi sull’amarezza suscitata da qualcuno e per qualcosa. Ma andiamo con ordine e cerchiamo di capire di cosa si tratta. Tutto parte dal Rav che ogni scuola è tenuta a compilare.

Cos’è il Rav? È il Rapporto di Auto Valutazione che ciascuna scuola pubblica sul portale “Scuola in Chiaro” e che rientra nel processo avviato dal Sistema Nazionale di Valutazione delle scuole.

In poche parole ogni famiglia ha la possibilità di venire a conoscenza, soprattutto al momento dell’iscrizione, sia dell’organizzazione della scuola, sia del suo Piano dell’Offerta Formativa, come pure dei suoi processi di apprendimento, in sostanza dei punti di forza e di debolezza e del relativo Piano di Miglioramento che ciascuna scuola mette in campo. È un rapporto a tutto tondo, aperto a integrazioni che annualmente possono essere inserite per modificare e migliorare il rendimento qualitativo dei processi organizzativi, funzionali e didattici di ogni singolo istituto.

Allora cosa è mai successo da far arrabbiare così tanto la nostra Ministra? È successo che sul sito di qualche istituto si legge che tra le «Opportunità», intese come elementi di crescita dei processi formativi, appaiono frasi che descrivono come situazioni vantaggiose, l’assenza di studenti provenienti da famiglie disagiate o di studenti appartenenti a classi sociali economicamente e culturalmente modeste, di studenti stranieri o di studenti con problemi afferenti uno stato di autonomia personale o relazionale.

Per dirla “in chiaro” ci sono scuole che non vogliono tra i piedi studenti problematici, stranieri, con problemi di relazione, di disagio, né di basso ceto sociale o economicamente modesti. Evviva l’Italia!

Avessi trovato io tanti anni fa, da studente, una scuola così per via delle mie modeste origini socio-economiche, oggi sarei, forse, un bravo contadino. E invece, sfregandomi le mani, grazie «alle sudate carte ove il tempo mio primo e di me spendea la miglior parte», per dirla alla Leopardi, ho fatto per una decina d’anni il professore e da più di un trentennio faccio il preside. La scuola, dunque, come luogo di eccellenza per un decisivo processo d’inclusione.

Personalmente manderei certi presidi a un corso di aggiornamento forzato per studiare l’art.3 della Costituzione e lascerei gestire le scuole, durante la loro assenza, da commissari ministeriali fino al loro rientro pronti a rivedere quei principi irrinunciabili di cui la scuola è espressione. Siamo nel terzo millennio eppure alcuni pregiudizi sono duri a morire. Evidentemente abbiamo a che fare con presidi che hanno il pregio di selezionare gli allievi secondo un programma “genetico-molecolare” per preparare il loro futuro lontano da problemi che possono rallentare il cammino didattico. Probabilmente nella formazione di alcuni colleghi è mancata una decisa componente pedagogica espressione di grandi maestri come Jean Baptiste de La Salle, Célestin Freinet, John Dewey, Maria Montessori, tanto per citarne alcuni conosciuti in ambito pedagogico per le loro idee messe concretamente in pratica. Un fatto grave l’ha definito la Ministra e ha di che preoccuparsi dal momento che queste “performance” dirigenziali mettono in vetrina l’esistenza di scuole selettive, esclusive, in un momento storico in cui si va affermando la necessità e il rispetto di inclusione, di integrazione, di confronto di intelligenze diverse, di arricchimento tra i diversi modelli culturali, associativi, di stile e di dialogo per una più concreta interazione pedagogica.

E invece cosa veniamo a scoprire? Grazie a “Scuola in Chiaro” scopriamo di avere a che fare con scuole e dirigenti che escludono, che tracciano dei sentieri pseudo pedagogici, facendoli passare per tracce indicative di un cammino educativo. Non vorrei che accanto a questi dirigenti, trovassimo docenti sostenitori del concetto di libertà d’insegnamento come libertà di “liberarsi” di soggetti compromettenti una metodologia, un percorso programmatico fino a spingersi oltre la stessa dimensione umanistica. Cosicché al danno di avere in giro presidi di questo stampo, si aggiunge la beffa di avere a che fare anche con docenti professionalmente alquanto “liquidi” di testa.

Come si fa a parlare di “rispetto dell’altro e delle differenze” quando poi è proprio la scuola che per prima non rispetta né l’altro, né le differenze? Come si fa a parlare di educazione alla cittadinanza e alla convivenza civile quando ci sono scuole che proprio da questi valori rischiano di allontanarsi? E poi di quale responsabilità dei processi formativi possono parlare questi miei colleghi?

È bene tener presente che quando si viene chiamati a dirigere e amministrare una scuola, si riceve un preciso mandato sociale con cui misurarsi e tutti noi presidi ci dobbiamo misurare confrontandoci con le famiglie, ma con tutte le famiglie e non con alcune di esse scelte e selezionate e questo semplicemente perché la scuola non è un supermarket della formazione. Se così fosse allora siamo di fronte a una proposta che innesca a sua volta un processo di marketing dove le scuole si mettono in concorrenza tra loro alla ricerca di sistemi di reclutamento per accaparrarsi un maggior numero possibile di studenti-clienti. D’accordo i saperi fondamentali trovano fondatezza anche sui contenuti, ma non a prescindere dall’umano, dal sociale, dal culturale.

Noi presidi siamo nelle scuole non per promuovere le omologazioni, ma per raccogliere e proporre le nuove sfide delle differenze rappresentate dalle diseguaglianze sociali, economiche, dalle specificità delle diverse abilità, delle diverse razze, lingue e religione.

Mi viene in mente don Milani secondo cui «nulla è più ingiusto che fare parti uguali tra disuguali». Eppure tutto questo per qualche preside conta poco.

*preside dell’Istituto “Agostino Bassi” di Lodi

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