Il 25 per cento delle verdure finisce dal piatto alla spazzatura
Alunni entrano a scuola, il cibo viene servito alle elementari e alle materne

Il 25 per cento delle verdure finisce dal piatto alla spazzatura

Solo i genitori con l’attestato delle dietiste faranno le ispezioni negli istituti

Cristina Vercellone

Verdure e legumi non piacciono e gran parte del cibo della mensa scolastica finisce in spazzatura. A snocciolare i dati è palazzo Broletto , proprio nei giorni in cui a dominare il dibattito è la notizia dell’accettazione da parte del Tar del ricorso presentato dalla Serist che dopo tanti anni, nell’attuale stagione, ha perso l’appalto. Ogni giorno, da quando è andata a fuoco la mensa comunale alla don Milani, al centro anziani di via Gorini vengono preparati 2.500 pasti destinati ad anziani e alunni delle scuole della città.

Lo spreco principale è rappresentato da fagioli, piselli, lenticchie e ortaggi. Un quarto di broccoli, cavoli, carote, zucchine, pomodori e altre verdure viene sprecato. Il 25 per cento di questi piatti, infatti, finisce in spazzatura. A sorprendere però è anche lo spreco di primi piatti e soprattutto della nazionalissima pizza. Per quanto riguarda i primi piatti in menu, ad essere buttato è il 5 per cento delle porzioni. Il piatto sprecato di più, in assoluto, in questo caso, è il riso.

«Abbiamo provato - dice il Broletto - a spingere sul consumo di verdure con degli aperitivi, ma l’iniziativa non è andata a buon fine». In passato il Broletto aveva preso accordi con la Caritas e Progetto insieme per distribuire il pane e la frutta avanzati alla mensa del povero. «La normativa esistente - spiega il Comune - non consente di trasferire alla mensa del povero i piatti già cucinati. Ai tempi della Serist però c’era un accordo con la Caritas per destinare ai poveri almeno la frutta e il pane. Per quanto riguarda quest’ultimo, però, la necessità è venuta meno. Le scorte erano sufficienti. Per la frutta invece non si è più potuto procedere perché sull’appalto della mensa pende il ricorso. Una volta risolte le questioni legali c’è la disponibilità a continuare la collaborazione con la mensa».

«Purtroppo lo spreco è un problema annoso, esiste da sempre - spiega la vice preside del comprensivo Lodi 2 Anna Carnevali - è giusto che ai bimbi venga fatto assaggiare tutto, ma quello che non piace, alla fine non viene mangiato. Poi i genitori hanno opinioni discordanti. Qualcuno se insisti ti chiedono perché lo fai, altri preferiscono che non si insista. Da quando sono insegnante, ogni giorno, ci sono sacchi e sacchi di cibo che vengono buttati. Magari si potesse fare qualcosa di diverso e trovare una soluzione».

«I bambini non apprezzano tutto, ci sono delle direttive sanitarie dettate dal ministero per dare proteine attraverso i cereali e i legumi, ci sono dei gusti ai quali i bambini devono essere educati. Facendo il rappresentante della commissione mensa - commenta un genitore - si vede che i bambini non hanno una buona educazione alimentare; c’è chi non ha mai mangiato il brodo, chi mangia solo in bianco, chi non vuole la pasta con il pesto e la mangia solo rossa. Il pesce, per esempio, viene mangiato poco. È chiaro che con 5 euro non si può fornire la spigola, per quanto riguarda la qualità però il cibo dato è tutto schedato, c’è sempre una scheda tecnica fornita dai produttori. Sono i bambini che sono un po’ reticenti a trovare nuovi gusti. Ai bimbi viene dato il pane integrale, loro preferirebbero quello bianco. Se la pasta piace poi chiedono il bis, ma poi c’è spreco del secondo. Rientra tutto in uno spirito di educazione alimentare e di dieta mediterranea. Le dietiste hanno quasi bandito la carne rossa, ma magari a casa i bimbi sono abituati a mangiare solo quella, non il petto di pollo. Si cucina per centinaia di alunni non si può pretendere la fragranza di una cotoletta appena uscita dal tegame. Le dietiste adesso stanno incontrando i genitori interessati a fare le ispezioni in mensa. Al termine degli incontri viene rilasciato un attestato. Chi non ce l’ha non può fare le ispezioni. È giusto perché bisogna valutare la qualità non il gusto».

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