Non siamo più capaci di guardare lontano

Sergio Rancati

L’Assemblea del Lodigiano, riunitasi lunedì 18 nella sala dei Comuni della Provincia di Lodi con una buona presenza di cittadini e amministratori, ha avviato il suo secondo biennio di lavoro. Tutti gli intervenuti, da Soldati a Casanova, da Castellotti a Pallavera, da Cancellato a Caserini e Carenzo, hanno sottolineato che il Lodigiano avrà un futuro solo se saprà fare sistema e superare i particolarismi, aprendosi ai processi di innovazione. Ma i segnali di crisi di un progetto politico amministrativo di dimensioni provinciali sono evidenti. È in difficoltà Sogir, l’azienda sovra comunale per la raccolta e lo smaltimento dei rifiuti; sempre più comuni prendono le distanze dall’Azienda Consortile per i Servizi alla Persona senza però proporre un modello alternativo unitario; è venuta meno l’Assemblea dei sindaci sui servizi sanitari territoriali e si ha la sensazione che la nuova Assemblea d’ambito lavori a “porte chiuse”; i sindaci non si parlano più per traguardare al di là dei problemi (sicuramente tanti) del loro comune. La Provincia stessa, come istituzione, è reduce da forti sconquassi, da cui non è ancora chiaro se e quando riuscirà a riprendersi.

E siccome è noto a tutti che la politica (anche quella locale che ha un taglio più amministrativo) interpreta e attua il sentire comune, l’equazione che viene spontanea è che la crisi di un progetto politico di respiro provinciale dipenda direttamente dalla mancanza di un forte sentimento di “lodigianità” nei lodigiani.

Leggendo le notizie che riguardano il nostro territorio e anche le numerose lettere che i lodigiani inviano a Il Cittadino (uno spaccato molto interessante del vissuto quotidiano della gente) si ha la netta sensazione che ci stiamo ripiegando su piccole questioni pratiche. Stiamo abbassando sempre di più lo sguardo sui dettagli (ingigantiti forse anche dal lungo periodo di crisi) e perdiamo di vista l’insieme. Non vediamo più l’orizzonte e rischiamo di camminare molto, facendo molta fatica, ma senza una meta, senza la speranza di raggiungere un traguardo importante, che ci faccia crescere come comunità diffusa.

Legittimo che si cambi il progetto, se quello vecchio non è più condiviso, ma non che non ci sia un progetto. E siccome i progetti più belli nascono dall’esperienza di vita e dall’impegno di ciascuno, dobbiamo rilanciare e arricchire la nostra esperienza di lodigiani, nella nostra vita quotidiana. E non vedo che una strada: uscire dal chiuso dei nostri recinti privati, far crescere la nostra responsabilità sociale, investire un po’ del nostro tempo nella ricerca di soluzioni per il bene comune. Certo, a partire dall’amministrazione delle nostre comunità locali (e da questo punto di vista è sicuramente un bel segnale che 600 cittadini si siano candidati nelle liste per l’elezione del sindaco di Lodi), ma con la consapevolezza che da soli non si va lontano.

L’Assemblea del Lodigiano può rappresentare un’opportunità per provare a progettare e a riprogettare insieme: il luogo ha dimensione provinciale (è un organismo di consultazione dei cittadini lodigiani previsto dallo Statuto della Provincia di Lodi) e dà la possibilità di far parlare tra loro cittadini e amministratori su temi di interesse generale. E’ una buona occasione, che nel secondo biennio può portare frutti migliori a condizione che ci creda sempre di più la gente lodigiana perché così ci crederanno sempre di più anche i nostri politici.

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