Il divorzio fa male a Londra

Stefano Costalli

A poco più di un anno dal referendum consultivo vinto di misura dal fronte pro-Brexit, molte cose sono accadute nel Regno Unito, ma poco è cambiato nella strategia del governo. Potrebbe sembrare strano, considerando che il governo stesso non è più lo stesso, ma la realtà è che nella politica e nella società inglese domina la stessa forte sensazione di incertezza che caratterizzava i giorni immediatamente successivi al referendum. In un anno il Partito conservatore non è riuscito ad articolare una visione chiara e convincente circa il futuro del Regno fuori dall’Unione europea. Theresa May non ha neppure imparato dagli errori di David Cameron, ha peccato di arroganza e ha sfidato le urne anticipatamente senza avere il polso del Paese, finendo fortemente indebolita mentre si aspettava di uscire dalle elezioni rafforzata.Il risultato è un governo di minoranza sostenuto esternamente dal Partito unionista dell’Irlanda del Nord, che ha ottenuto un miliardo di sterline di nuovi investimenti pubblici in due anni per la propria regione in cambio del sostegno al governo May su sicurezza, economia e Brexit. Il cedimento elettorale e la firma di un accordo che un’ala dei Conservatori considera una vera e propria estorsione, soprattutto in considerazione delle misure di austerità imposte al resto del Paese, hanno scatenato la guerra all’interno del partito di governo.La premier Theresa May è accerchiata e importanti esponenti del suo partito stanno prendendo posizione più o meno apertamente a favore di una versione morbida del Brexit, in contrapposizione con il primo ministro. Tutto contribuisce a creare incertezza e nessuno ha per ora il coraggio di disarcionare ufficialmente la May e prendere in mano una situazione così difficile e rischiosa da gestire. Si parla di Boris Johnson, ma l’istrionico ex sindaco di Londra, che fu uno dei leader della campagna pro-Brexit, già si defilò lo scorso anno quando si trattava di assumersi la responsabilità di sostituire David Cameron. Sembra che Johnson si trovi meglio a operare da una posizione leggermente defilata, come quella attuale di ministro degli Esteri, ruolo nel quale non ha dato grande prova di sé e da cui continua a promettere un Brexit senza compromessi sull’immigrazione, ma comprendente libero accesso al mercato europeo per le merci britanniche. Come ha scritto qualche giorno fa un autorevole commentatore del Financial Times, forse qualcuno dovrebbe spiegare a Boris Johnson che certi vantaggi si ricevono accedendo all’Ue, non lasciandola.Nel frattempo, l’economia inglese nel primo trimestre del 2017 è cresciuta meno della media Ue, mentre fino a un paio di anni fa viaggiava ben oltre quella stessa media. Per salvare parzialmente l’economia, Londra dovrà cercare di raggiungere un accordo simile a quello che l’Unione europea ha con la Svizzera o la Norvegia, a fronte di concessioni sui diritti dei cittadini comunitari residenti nel Regno Unito.Il documento recentemente presentato dalla May su questo argomento, nonostante costituisca un deciso passo avanti rispetto alle posizioni intransigenti di qualche mese fa, è stato considerato vago e insufficiente da tutti i leader europei. Soprattutto, il governo di Londra ha difficoltà a competere con la posizione chiara dell’Ue, che si è dichiarata disposta a mantenere invariati i diritti per i cittadini britannici residenti su suolo comunitario e per le loro famiglie, in cambio però della piena reciprocità. Sarebbe un modo per limitare i danni da entrambe le parti, ma niente di più.D’altra parte, il Partito laburista guidato da Jeremy Corbyn propaganda demagogicamente un utopismo di sinistra che manca del necessario realismo e sta guadagnando consensi principalmente grazie ai passi falsi della May. Anche la sinistra è ambigua nei confronti dell’Ue, che Corbyn per decenni ha considerato una cospirazione capitalista. Prova ne sia il fatto che il programma laburista si esprime sia a favore di una maggiore apertura all’immigrazione che contro la libera circolazione dei lavoratori.Il nodo centrale è che anche nel Regno Unito, come in altri Paesi, mancano forze politiche che attingano a un pensiero capace di articolare una visione della società a partire da una visione comunitaria, anziché cavalcando l’egoismo prevalente, e che mirino a costruire responsabilmente il bene comune nel medio-lungo termine invece di puntare a incassare consenso e potere nel breve termine.

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