Se una strada non è proprio “serenissima”

Nicola Salvagnin

Un piccolo, grande episodio sta accadendo in terra veneta e ci fa capire come sia complessa e spesso contradditoria la realtà d’oggi. La Regione, a guida leghista, ha approvato un referendum consultivo che chiama i veneti ad esprimersi per avere (o meno) più autonomia da Roma. Il sogno, più che una fantomatica “indipendenza”, è il trattamento fiscale di cui godono due Regioni confinanti, il Friuli Venezia Giulia e, soprattutto, il Trentino Alto Adige. Però, al di là dell’interesse economico, è tutto un soffiare sull’identità veneta, sulla cultura Serenissima, sulla lingua veneta. Che non esiste (esiste il piemontese? Il lombardo?), ma tant’è.Poi accade che un’autostrada da anni agognata, la cosiddetta Pedemontana che da Vicenza raggiungerà Treviso attraversando una delle zone più popolate e industriose della Regione, non si riesca a farla. La mancanza di soldi pubblici ha obbligato, qui come altrove, a cercare partner privati che finanzino certe grandi opere di interesse pubblico. Peccato che i privati (giustamente) si muovano solo se è chiaro il ritorno economico.Ma la grande crisi di questi ultimi anni ha fiaccato le forze di molte imprese del settore; in più, i distretti industriali del Vicentino e Trevisano, un tempo fiorenti, stanno attraversando momenti non felicissimi. E, di conseguenza, della novella “superstrada a pagamento” se ne sente meno il bisogno. Anche perché i flussi di traffico preventivati si sono ridotti.E allora si rivedono i piani, per cercare di salvaguardare l’opera e anche perché sfilarsi ora può essere mossa gravida di conseguenze contrattuali mica da scherzo. La Regione non può accollarsi una simile impresa; i privati recalcitrano: cancellate allora le esenzioni previste per le comunità attraversate dall’opera, che d’ora in poi avranno espropri e traffico senza alcun concambio. Soprattutto, via libera ad una tassa di scopo.E qui scoppia la bomba. La Regione aveva tolto la quota di Irpef regionale nel 2009, al grido di “togliamo le mani dalle tasche dei veneti”. Ora le mani le rimettono, con il ripristino dell’aliquota Irpef per tutti i residenti. Che sono un unico cuore?Manco per sogno: “Veronesi tassati per fare la strada dei vicentini!”; “Rovigo spremuta per un’autostrada lontanissima da noi!”; “veneziani e padovani pagano il conto per i trevisani!” e via a solleticare il campanilismo degli interessi. Ma il popolo veneto? Ma i comuni interessi?Fermiamoci agli interessi, che se non sono comuni o valutati come tali, non c’è retorica che tenga.Non hanno contribuito a rasserenare gli animi nemmeno le dichiarazioni regionali sul fatto che la tassa di scopo sarà pagata solo da un decimo della popolazione: anzitutto quel decimo ha il sangue al naso, era già quello che prima pagava il conto per tutti e ora pagherà di più. E tutti a temere che questa tassa, una volta introdotta, chissà quando verrà poi tolta, visto che tra le accise della benzina paghiamo ancora quelle introdotte per terremoti della metà del Novecento.Tenuto conto che il ruolino di marcia di tali opere in Italia ha qualcosa di fantascientifico (l’Alta velocità ferroviaria, voluta tre decenni fa, sta arrivando faticosamente a Brescia e si completerà fino a Venezia nel giro di un paio di generazioni), c’è il sospetto che la terra Serenissima abbia da prendere più di un calmante.

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