Le elezioni europee sono un referendum sulla Meloni

Il fine settimana è servito a chiarire il quadro sulle elezioni europee, con l’ufficialità della candidatura di Giorgia Meloni come capolista di Fratelli d’Italia e del generale Vannacci per la Lega. Ci aspetta un mese di campagna elettorale nel quale possiamo prevedere - ed è esercizio purtroppo assai semplice - si verificheranno tre fenomeni non particolarmente edificanti.

Il primo. Sarà come sempre una campagna elettorale combattuta su argomenti nazionali, con ben poco spazio ai veri temi europei, che pure possono influenzare la vita di tutti noi. Dalle regole di bilancio alla politica ecologista, le decisioni prese a Bruxelles hanno poi ricadute locali, anche sul lungo periodo. La triste vicenda dei licenziamenti di parte degli operai Condevo di Marudo è figlia proprio anche delle politiche europee in tema ambientale.

La seconda previsione attiene alla personalizzazione dello scontro politico, con le candidature della presidente del Consiglio e della leader del principale partito di opposizione, Elly Schlein. È legittimo ipotizzare che le due donne in questo momento più importanti d’Italia (a livello politico s’intende) ruberanno la scena a tutti gli altri, lo si è già visto domenica pomeriggio quando la segretaria del Pd ha fatto il controcanto al discorso nel quale Meloni annunciava la candidatura.

Il terzo fenomeno facilmente prevedibile è la lotta, anche all’interno delle coalizioni, per accaparrarsi i voti. Il sistema elettorale delle Europee porta ogni partito a far corsa per sè, mettendosi a gara con tutti gli altri, senza vincoli di alleanza. Per intenderci, è assolutamente naturale che nei prossimi giorni Lega e Fratelli d’Italia alzino i toni e lancino qualche reciproca frecciata, in fondo almeno in parte pescano dal medesimo bacino elettorale e ogni voto rubato vale doppio, perché è un consenso conquistato e allo stesso tempo sottratto all’avversario, anche se questo è partner nella coalizione che sostiene il governo.

La personalizzazione dello scontro politico non è una novità in Italia e anche questa volta, complici le candidature di Meloni e Schlein, gli elettori più che guardare a Bruxelles saranno chiamati - perché è questo che vogliono i partiti - a votare un referendum sul governo, ad approvare o punire l’azione di Giorgia Meloni. È esattamente quanto ha chiesto la premier.

Sullo sfondo rimangono due temi.

Il primo riguarda la Lega. Matteo Salvini ha deciso di candidare in posizione apicale la controversa figura del generale Vannacci per raccogliere consensi tra i conservatori e rinvigorire una Lega che soffre terribilmente Fratelli d’Italia e appare sempre più marginale nel dibattito pubblico, anche al Nord. Una scelta azzardata e a poco vale schermirsi dietro la definizione di “candidatura indipendente”. Vannacci nulla ha a che spartire con la Lega delle origini, quella fieramente federalista. Si tratta di una candidatura “di pancia”, che se forse può pagare sul brevissimo periodo (l’imminente tornata elettorale) rischia al tempo stesso di incrementare ulteriormente il malessere nella base del Carroccio, che serpeggia anche nei nostri territori ormai da mesi.

C’è poi il complesso fidanzamento tra Partito democratico e Movimento 5 Stelle, che se a livello nazionale appare decisamente instabile, in ambito europeo è addirittura impossibile. Il Pd è il partito italiano più europeista, i “grillini” hanno fatto dell’euroscetticismo la propria bandiera. Per fortuna di Elly Schlein, in Europa si corre da soli e questo la mette al riparo da ogni imbarazzo. Salvo poi doversi rituffare nella politica italiana. E lì, nel rapporto con i 5 Stelle, son dolori...

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