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S. Onorato di Tolosa
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Noi ammalati di cancro siamo tanti
27 gennaio 2013

Noi ammalati di cancro siamo tanti. Un esercito silente, che trascorre tanto tempo in casa ma soprattutto tanto tempo in ospedale. E in ospedale, nel letto della chemioterapia, guardiamo scendere lentamente ogni goccia di un veleno e in ogni goccia riponiamo un ritaglio di speranza per aggiungere giorni alla nostra esistenza. Potrei dilungarmi a descrivere, ma, davvero, questa è una condizione che non si può capire se non vivendola. Nemmeno a fianco di chi la vive – e io a fianco di chi l’ha vissuta ho trascorso larga parte della mia vita prima che il drago avvolgesse anche me nelle sue spire - si può capire fino in fondo. L’unica immagine che può anche se lontanamente delineare il sentimento che si prova è quella di Sisifo. Con indicibile fatica portiamo un masso di gran lunga più grosso di noi su per la dorsale di una montagna, ma, se va male questo masso ritorna giù, esattamente dove era prima. A Sisifo succede subito, a noi tra un anno, tra due anni, chissà. Ma può ritornare giù, e noi dover ricominciare.
Insomma in quelle gocce non c’è la garanzia di uccidere il drago. C’è una sorta di beffa. Un punto interrogativo. Ed è questa la tragedia, perché quelle gocce non sono normali medicinali, sono bombe che si abbattono sul drago ma anche sui civili, anche sulle cellule sane. E ti mangiano. Muscoli, unghie, capelli, pelle, energia, anima.
Sto frequentando ogni settimana il day ospital di Lodi. Una delle poche fortune che ho avuto è stata incontrare le infermiere e i medici di questo reparto, gli angeli - potrei dire – di questo mio percorso. Il viaggio è lungo e non so dove mi porterà. Ma ieri, non per la prima volta, ho sentito un ragionamento che riguardava la chemioterapia. In sala d’aspetto, dove sul volto di tutti noi si legge il disgusto di essere avviati anche quel giorno all’avvelenamento, ho sentito dire che le alternative alla chemioterapia ci sarebbero, ma sono tenute nascoste, o quanto meno non sostenute, non supportate, non testate. E il motivo sarebbe che queste cure alternative cosituirebbero una minaccia per il business dei farmaci chemioterapici.
Ho a che fare con il cancro dal 1984 e questo ragionamento fatico a considerarlo una cretinata. In fondo, da allora, non è che le cure siano cambiate tanto. Da ieri ho questo pensiero fisso. Sono avvelenata e ci sarebbero state altre strade per non esserlo. Sono avvelenata e non so se servirà a qualcosa. Da ieri non riesco a pensare ad altro, anche perché ieri contestualmente mi giunge da Cambridge la notizia della scoperta del DNA quadruplo delle cellule tumorali che forse aprirà qualche strada nuova. Nell’équipe medica di Cambridge due italiani, Dario Beraldi e Marco Di Antonio, che chissà perché non sono rimasti qui in Italia…
Certo, per la ricerca in Italia vengono destinati pochi spiccioli (siamo il penultimo paese in Europa), i bei cervelli se ne vanno. In tempo di elezioni politiche noi ammalati di cancro voteremmo a occhi chiusi chi ci promettesse di destinare attenzione e denari alla ricerca: noi il drago ce l’abbiamo già, ma pensare che almeno ai nostri figli possa essere risparmiato l’inferno della chemioterapia sarebbe un gran conforto.
Tra una settimana sarò ancora là a guardare la goccia e a chiederle di salvarmi la vita. Intanto i signori del Taxolo, del Carbonplatino e delle Tetracicline si arricchiscono? Smentitemi, vi prego, ditemi che è una bufala.

Antonella Perticone

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