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Cercando un posto nel mondo, sotto la luce blu della luna
17 febbraio 2017

Nella luce blu della luna ogni contorno cambia, tutti quanti - per una notte almeno - hanno lo stesso colore. In Moonlight Black Boys Look Blue è il titolo del testo teatrale (di Tarell Alvin McCraney) da cui Barry Jenkins ha tratto il suo Moonlight, piccolo grande caso cinematografico della stagione, film costato “solo” 5 milioni di dollari (prodotto dalla A24, la stessa di Room) già vincitore di 3 Golden Globe e ora in corsa all’Oscar con ben 8 Nomination (tra cui miglior film e regia).

Il ragazzo che guarda il mondo alla luce della luna è Chiron e quella che Monnlight racconta è la sua storia, divisa in tre capitoli che isolano altrettanti momenti della sua esistenza. “Piccolo”, il titolo del primo di questi, come il soprannome che a Chiron hanno dato a Liberty City, il sobborgo di Miami in cui vive da ragazzino; “Chiron” il secondo capitolo, quello della presa di coscienza; e infine “Black” ancora una volta un soprannome, come il colore della pelle ma anche come il buio di un destino che sembra compiersi.

Evocativo, sospeso a un filo narrativo sottile ma potentissimo, Moonlight è un film sulla ricerca dell’identità, sul cammino faticoso per trovare un posto in cui stare al mondo. Spiazzante, singolare, capace di emozionare attraverso pochissimi elementi, sembra sempre sul punto di esplodere, ma è sempre trattenuto, proprio come le parole negate di Chiron, in fuga perenne dal mondo. «Chi sono io?» è la domanda che il protagonista si pone quando è ancora bambino, e che ancora si ripete quando è ormai un uomo fatto, al lavoro “sulla strada” come tanti altri “fratelli”, con un destino compiuto e un corpo che nel frattempo si è modificato, si è trasformato in quella corazza che sembra contenere il ragazzo che era un tempo.

Proprio perché affronta un tema così complesso (l’identità e la diversità di un ragazzo di colore nell’America di oggi) senza mai ricorrere a stereotipi, senza cadere nella banalità, Moonlight è un film che conquista, perché non diventa mai quel che potrebbe essere, mai un film sulla diversità di genere o di razza. Ma sempre qualcosa di più di questo.

È piuttosto un anomalo romanzo di formazione, il racconto in tre atti di un’esistenza silenziosa che richiede grande partecipazione: perché quello di Jenkins è un cinema in cui bisogna stare a sentire le immagini, che spesso sostituiscono le parole. Certo non per carenze di sceneggiatura ma perché questo è il registro narrativo scelto dagli autori, una forma che però non diventa maniera, non è mai fine a se stessa. Anche la musica contribuisce a creare una dissonanza tra il degrado dell’ambiente in cui tutto si svolge e lo sguardo di Chiron, che qualche volta davvero appare come un alieno dalla pelle blu.

Moonlight parla di diversità e sceglie come punto di vista quello di una piazza di spaccio di Miami, e una storia in cui non ci sono né buoni né cattivi, in cui la salvezza può essere rappresentata da Juan, lo spacciatore (Mahershala Ali) che può diventare il padre che Chiron non ha avuto. O dalla sua compagna Teresa (Janelle Monáe). Ecco, nemmeno i ruoli tradizionali sono rispettati: anche le madri come Paula (Naomie Harris) per debolezza o per chissà cosa, possono essere inadeguate e quindi possono diventare un ostacolo in più sulla via della presa di coscienza.

La macchina da presa si muove in maniera circolare, all’altezza degli occhi dei protagonisti, alternando ritmo a piani sequenza e portano lo spettatore “dentro” i personaggi. Jenkins non ha la risposta (e come potrebbe), ma ha questo pugno di personaggi immersi in una luce blu. Difficili da dimenticare.

Lucio D’Auria

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